“No more tears (enough is enough)”, cantavano Barbara Streisand e Donna Summer nel lontano 1979. Una parte della politica europea si è risvegliata e grida ora “enough”, basta con il solo rigore sui conti pubblici, niente più lacrime. Il candidato Hollande, tra otto giorni quasi sicuro nuovo presidente francese, vince  il primo turno elettorale e annuncia di voler integrare il fiscal compact, il nuovo trattato di stabilità fortemente voluto da Berlino, con manovre economiche di investimenti pro crescita (non possiamo non notare come l’ agenda di Hollande rispecchi in parte le nostre proposte per un nuovo “Rinascimento Italiano“: Banca Europea per gli Investimenti (Bei), Eurobonds, fondi strutturali della comunità europea). Il governo olandese cade per il rifiuto del partito di estrema destra di approvare i tagli alla spesa e le nuove imposte necessari per pareggiare il bilancio nel 2013, come previsto dagli accordi europei; la spada di damocle delle elezioni in Grecia del 6 maggio prossimo incombe sul destino delle politiche di rigore di Frau Merkel.  Anche in Italia si annusa intanto un vento nuovo di ribellione, con il movimento a 5 stelle al 7%-9% (forse di più!) in vista delle amministrative e Beppe Grillo primo “politico” in Europa a chiedere a viva voce il default sul debito italiano in mano estera, come “way out” alle politiche deflattivo-recessive del governo Monti. Ci si mette poi pure Mario Draghi a suggerire un “patto UE per la crescita”, con un timing che fa sospettare voglia passare la patata bollente ai tedeschi, prima che Hollande e gli altri “ribelli” lo mettano sotto pressione nel chiedergli di utilizzare la politica monetaria per tirar fuori l’ economia europea dalla miseria crescente.

I giornali non fanno tempo a intitolare “la cancelliera Merkel sempre più isolata sul fronte del rigore”, che Angela gioca d’ anticipo e prende tutti in contropiede: chiama a rapporto Monti per fargli ribadire il suo impegno sulle riforme e chiedergli di farsi mediatore con la Francia; dichiara alla stampa che il tema dello sviluppo sarà già presente nell’agenda del vertice europeo di giugno e auspica un rafforzamento della Bei e un uso più flessibile dei fondi strutturali dell’ Unione. La flessibilità camaleontica di Frau Merkel era divenuta palese subito dopo l’ incidente di Fukoshima, quando la cancelliera fece un’ inversione a U e bandì il nucleare tedesco in meno di 24 ore, togliendo così il fianco ad un facile attacco dal partito dei Verdi. La Merkel sa anche da tempo che nel 2013 dovrà ripetere la grande coalizione con la SPD, se vuole rimanere al potere – i liberali della FDP si sono autopolverizzati, come FLI in Italia, e il partito dei Pirati sta divorando voti ai Verdi, rendendo un governo SPD-Verdi sempre meno probabile. I socialdemocratici tedeschi lo sanno e hanno posto Eurobonds e investimenti per la crescita europea come condizione della loro partecipazione. Le telefonate da Berlino paiono essere anche arrivate a Bruxelles, dove Barroso annuncia ora “rigore e crescita” a mezzo dei project-bonds.

La tattica di Frau Merkel ha già calmato un pò le acque: Hollande plaude al cambiamento di rotta della Merkel, il governo dimissionario dell’ Olanda riesce a  far approvare la manovra per il pareggio di bilancio. La questione di fondo rimane però irrisolta. Da un lato la ricetta “protestante” dei tedeschi, a cui non è certo sfuggito l’ esito debole delle liberalizzazioni e l’ annacquamento della riforma del lavoro in Italia, così come il mancato avvio di cambiamenti per ripristinare la competitività della Francia, e che pretendono dai paesi in crisi prima i sacrifici per riequilibrare i conti e per smantellare inefficienze, burocrazie e oligopoli che limitano la produttività di capitale e lavoro. Solo dopo sarà il momento di spendere soldi per investimenti e di mutualizzare i debiti tramite gli Eurobonds. Dall’ altro lato, l’ approccio “cattolico” dei meridionali d’ Europa, Francia compresa: un pò di penitenza (ma non troppa), il perdono, poi di nuovo tutto come prima. Se ne è accorto anche l’ Economist, che ora accusa Hollande di non voler fare le riforme di cui la Francia ha disperatamente bisogno, di «resistenza al cambiamento e determinazione a preservare il modello sociale francese a qualsiasi costo».  La settimana lavorativa di 35 ore, la pensione a 62 anni (Hollande la vuole riportare a 60), deficit pubblico 2011 del 5,2%, cronico disavanzo della bilancia commerciale. I francesi, come la maggioranza dei cittadini europei, non vogliono accettare la realtà di un benessere passato che non tornerà più, se non – forse – con un duro e difficile sovvertimento del modo di vita. In un mondo globale con Cina e Brasile che crescono al 5%-8% all’ anno, Italia Francia e Germania non hanno più alcun significato come entità separate. Solo l’ Europa, con in futuro dentro anche Turchia e forse Russia, potrà tener testa alla vorace e terribile forza d’ urto dei nuovi padroni del mondo. È notizia di poche ore fa che la Spagna sospenderà temporaneamente l’ accordo di Schengen in vista della riunione della BCE, per evitare un flusso in entrata di contestatori. Pare che anche Francia e Germania vogliano discutere al prossimo summit sulla possibilità di poter in generale avvalersi del diritto di sospensione, ufficialmente per bloccare le immigrazioni clandestine…