Fare l’ imprenditore in Italia nel settore del gourmet alimentare non è unicamente un’ opportunità di valorizzazione del made in Italy all’ estero. È anche, purtroppo, una triste lente di ingrandimento che mette a fuoco una delle recenti nuove povertà del Paese: la qualità dei cibi che finiscono sulle tavole nostrane, a casa come in ristorante, sta rapidamente scemando.

Alle oramai note attività criminali di contraffazione e frode alimentare, si sono aggiunti i quotidiani imbrogli di produttori e ristoratori, così come l’ offerta nei supermercati di generi di seconda e terza scelta. La crisi economica ha tagliato il potere di acquisto delle famiglie, ora alla disperata ricerca di prezzi più bassi per la spesa alimentare e, di conseguenza, tutti si adattano. I cuochi comprano vivande più scadenti per aumentare il margine e compensare così in parte i tavoli sempre più vuoti; i supermercati cercano i cibi meno cari – e quindi di minor qualità – per attrarre i consumatori; i produttori utilizzano materie prime meno pregiate e cambiano la ricetta dei prodotti, oppure fanno truffa vera e propria. Alcuni esempi, tratti da quotidiane osservazioni “sul campo”, serviranno ad illustrare concretamente quello che sta accadendo nel (ex) Paese del Bengodi.

Che polli e manzi non abbiano più alcun sapore e che vengano alimentati con antibiotici e ormoni, non dovrebbe più sorprendere nessuno. Lo stesso dicasi dei prosciutti cotti di maiale “siringati” per aumentarne il volume e della qualità dei vari crudi DOP (Parma, San Daniele), mentre forse non è noto a tutti che scrivere (a piccoli caratteri) salame “al” cervo invece che “di” cervo vuol dire trovare nel prodotto solo il 10%-20% di carne pregiata invece del 70% dei migliori produttori. Quando poi il prosciutto crudo di cinghiale non ha proprio molto gusto di selvaggina e sfoggia una carne chiara invece che rosso scuro, potete essere sicuri che state mangiando anche un pò di Miss Piggy a vostra insaputa.

Buono il pesce di mare, vero? Soprattutto sano, giusto? Sfortunatamente, non vi potete più fidare. La probabilità che il cuoco del vostro ristorante preferito vi stia rifilando pesce della Grecia, spacciandolo per nostrano, è oramai superiore a quella di ottenere croce lanciando una moneta. Il branzino greco (sì, proprio loro, quelli che hanno appena tirato un pacco da € 100 miliardi ai contribuenti europei), una volta cotto, vi pare prelibato quanto quello della Sardegna. Peccato che provenga da acquaculture dove i pesci sono allevati come polli da batteria e nutriti con ormoni della crescita, antibiotici e mangimi chimicamente indecifrabili. Direte voi, ma non ci sono i controlli dei veterinari? Certo, così come c’ erano i controlli e le informazioni veritiere sui conti pubblici di Atene. Un pesce che non dareste da mangiare nemmeno al vostro cane e che il vostro amico cuoco paga € 5 al chilo invece dei 15 euro per pesce di qualità. Dimenticavo di dirvi: il pesce greco resta spesso in “viaggio” per più di una settimana, prima di arrivare “fresco” sulla vostra tavola. Se poi siete così in confidenza con il vostro ristoratore da fidarvi ad ordinare un filetto di orata, allora potreste star mangiando un pezzo di farmacia dal Vietnam.

Passiamo al dolce, per dimenticare il disgusto di primo e secondo. Quando prossimamente andrete a comperare la vaschetta da un chilo di gelato per i vostri figli, leggete bene l’ etichetta e verificate da dove viene, la percentuale di aria contenuta e l’ elenco delle materie prime utilizzate. Scoprirete magari che non è italiano e vi chiederete come possano per esempio gli spagnoli offrire un gelato a prezzi competitivi, nonostante le spese di trasporto fino al supermercato vicino a casa. Potreste poi provare anche a indovinare come abbiano fatto a compensare un’ esplosione del costo di cacao, zucchero e altre materie prime (fino a +200% negli ultimi 12 mesi).

L’ elenco è molto più lungo: concentrato di pomodoro cinese, extra-vergine tunisino, mozzarelle taroccate da latte in polvere, ecc. Chi vuole farsi passare l’ appetito può leggere l’ ultimo rapporto di Legambiente. Viviamo in un’ Italia sempre più povera e avvelenata: il depauperamento dell’ ambiente naturale, ferito e violentato dalle migliaia di discariche abusive (a proposito, da che sottosuoli pensate venga l’ acqua in bottiglia che beviamo ogni giorno?) e dall’ abusivismo edilizio sulle coste; il senso civico e la coesione sociale impoveriti dalla quotidiana corruzione ed evasione fiscale; le menti delle giovani generazioni spappolate da una televisione demente e volgare. Ci consolavamo con una buona cena, stiamo avvelenando ora anche questa.

Come uscirne? L’ Europa è e rimane uno dei posti più belli e piacevoli al mondo dove vivere, Italia in primis. Riforma delle politiche agrarie comunitarie, ferree norme a trasparenza delle filiere produttive e a tutela dei consumatori, piattaforme nazionali di politica industriale a sostegno dell’ alimentare nostrano di qualità, solo per citare alcune delle iniziative possibili. L’ alimentare italiano dovrebbe venir riconosciuto dal governo come settore strategico e come tale protetto e ben rappresentato all’ interno del consiglio dei ministri. Non permettiamo ai soliti furbetti,  lestofanti e avidi di avere la meglio, come già troppe volte in altre occasioni. Non togliamo ai nostri figli il diritto a mangiare bene.