«È la stampa, bellezza» diceva Humphrey Bogart in un film degli anni 50. Parafrasando, la scienza della chimica può spiegare molto di quello che sta accadendo in Europa. Le notizie di questa settimana sono ancora più brutte di quelle precedenti e la febbre dei mercati finanziari ha superato i 40 gradi Celsius:

– drammatica escalation dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Il Btp a due anni è volato all’8%.

– anche il bund tedesco fa flop all’ asta, invenduto il 40% dei titoli

– riforma BCE ed Eurobond, la Merkel dice “nein”

– l’ agenzia di rating Moody’s declassa a “spazzatura” i titoli del debito sovrano ungherese

– la Spagna cancella asta bond a 3 anni con tassi Bonos a 10 anni al 6,75%

critiche al governo Monti: manovra economica “avvolta nella nebbia”

Parrebbe, come segnalato anche dal Corriere della Sera, che i tedeschi stiano preparando la strada per gli Eurobonds e che si siano accordati con i francesi di non tirare più per la giacca la BCE, permettendole quindi di continuare a comperare silenziosamente titoli di stato spagnoli e italiani. Basteranno questi annunci a calmierare i mercati finanziari e a far scendere gli spread? Crediamo di no, ci aspettano ulteriori settimane incandescenti. Gli operatori finanziari (banche, assicurazioni, fondi di investimento, ecc.) vendono tutto quello che possono e hanno comunque deciso che il giusto prezzo dei titoli decennali del debito di paesi troppo indebitati e a rischio default, non è più il 4% bensì il 7%-8% (con inflazione al 2%-3%) e forse anche di più. Possiamo dar loro torto? Di certo no, i mercati hanno semplicemente riprezzato il maggior rischio, quello di (parziale) default, precedentemente non percepito a motivo del “blend” chimico creato dalla moneta unica. Gli apprendisti stregoni che disegnarono l’ euro misero insieme nazioni con dati macroeconomici divergenti (livello dei prezzi, tassi di interesse, disoccupazione, bilancia dei pagamenti) e convinsero i compratori di Bonos, Bund e BTP ad accettare bassi tassi di interesse reali più o meno uguali per tutti, con la promessa di una convergenza economica nel tempo (Patto di Stabilità) e di un ruolo della BCE simile a quello della FED americana, ovvero di prestatore di ultima istanza. I padri fondatori, in realtà, avevano creato – con il trucco della chimica – il corrispondente dei mutui subprime americani: metti insieme compratori di case solidi finanziariamente con quelli più poveracci, vedrai che le potenziali perdite sui soldi prestati saranno statisticamente basse. Questa chimera è durata meno di dieci anni e ora i compratori di titoli di debito europeo richiedo tassi di interesse comparabili con quelli dei paesi emergenti.

Angela Dorothea Merkel, figlia di un pastore protestante della Germania dell’ est, è laureata in chimica fisica e conseguì il dottorato di ricerca in chimica quantistica, in cui “rigore metodologico e formalismo matematico aiutano a descrivere nella maniera più accurata possibile i fenomeni fondamentali che stanno alla base dei sistemi chimici”. Il cancelliere Merkel, a cui molti chiedono a gran voce di far uscire dal cilindro il coniglio capace di terminare immediatamente la grave crisi dell’ euro, si comporta coerentemente alla sua educazione scientifica: nei sistemi chimici complessi, così come nelle moderne economie di mercato, bisogna agire con prudenza e con giudizio, facendo prima piccole modifiche per verificarne il risultato sui nuovi equilibri. Il pericolo di esplosioni indesiderate, dovute a interventi troppo veloci e grossolani, giustifica questo approccio del step-by-step. A questo suo abito mentale va poi aggiunto il sistema culturale di gestione del consenso caratteristico del popolo tedesco. A differenza del modello italiano e francese, basato su leader “salvatori-della-patria”, la Germania ha sviluppato nel dopoguerra – su volontà degli americani – un sistema di potere multipolare e diffuso nella società, che richiede diverse iterazioni prima di giungere a decisioni condivise. I tempi della politica, soprattutto di quella tedesca, non sono quelli dei mercati finanziari.

La Germania è chiamata a salvare l’ euro, così come una banca o un azionista devono a volte intervenire per evitare il fallimento di un’ azienda che non performa e alla quale hanno concesso già molti crediti. Solitamente, banca e azionisti prima di iniettare nuova liquidità fanno delle richieste ben precise, per evitare di perdere ulteriori soldi: cambio (spesso) del management team rivelatosi incapace, piano di ristrutturazione e risanamento, nuovi soldi poco a poco per verificare se la nuova strategia funziona. Non dovrebbe affatto sorprendere rileggere in tale chiave il comportamento del governo di Berlino dall’ inizio della crisi ad oggi: politica dei piccoli passi, richiesta di sostituzione dei capi di governo meno adeguati e affidabili, verifica della concretezza nell’ attuazione delle riforme reputate necessarie. Tornando all’ esempio dell’ azienda, questa mai potrebbe chiedere ad un terzo di comprare tutto il suo debito (leggi pressione su BCE), nè potrebbe pretendere di essere salvata prima di aver intrapreso i cambiamenti richiesti. I tedeschi, come tutti i creditori, temono fortemente il rischio del moral hazard, che nei paesi mediterranei considerano molto spiccato.  Come dar loro torto, quando l’ Italia risulta per esempio essere ancora l’ unica nazione europea a non aver recepito le normative internazionali anticorruzione.

Come si diceva, il nein di Frau Merkel agli Eurobonds è in realtà un “jein” (“nì”), forse accelerato dopo l’ ultima asta dei Bund. Sì agli Eurobonds ma solo dopo aver ottenuto garanzie legali, sotto forma di trattato, contro comportamenti lassisti degli altri governi. È di ieri la notizia di un possibile primo accordo bilaterale intergovernativo tra Francia e Germania, per evitare le lungaggini delle modifiche dei trattati europei – praticamente una lettera di licenziamento per la Comunità Europea e per Barroso. Nel frattempo, il FMI starebbe preparando un piano di emergenza di € 600 miliardi per acquistare BTP italiani a tassi non punitivi del 4%-5%, comperando così tempo al governo Monti per attuare le necessarie riforme.

Gli Eurobonds salveranno dunque l’ Europa? Quali investitori accetteranno di comprare,  senza la funzione di prestatore di ultima istanza della BCE, a bassi tassi di interesse i nuovi subprime di Eurolandia? Il nuovo mix chimico è composto in realtà dagli stessi paesi, con le stesse differenze macroeconomiche e con la promessa – uguale a quella di anni fa – di un nuovo Trattato di Stabilità che questa volta, lo giureranno e stragiureranno, non verrà mai violato.

Posto che ci sia veramente un intervento (FMI/BCE, tutti e due, non è rilevante) immediato per togliere per un anno l’ Italia dai mercati per il rifinanziamento del debito pubblico e che si fermi il panico che sta generando una massiccia fuga di capitali, il problema europeo non sono nemmeno gli Eurobonds e la loro appetibilità. Il vero dramma è la spirale recessiva che i tedeschi stanno imponendo con la loro ortodossia monetaria e la politica deflattiva neo-liberale (chi lo avrebbe immaginato, i think-tanks tedeschi pieni di anti-keynesiani). Non riusciamo purtroppo a immaginare vere riforme, quelle sì necessarie, in un paese ingessato, corrotto, con varie mafie e mille campanili, come l’ Italia. Anche perchè ci vorrebbero decadi e leader diversi da quelli disponibili. Si procederà quindi per finti cambiamenti e per “lacrime e sangue”, fino a quando a qualcuno forse (ci viene in mente un nome…) verrà la geniale idea di fondare il partito del “D”, il partito del Default dell’ Italia. La reazione chimica sarà esplosiva.

PS: nel frattempo, gli americani, ancora i consumatori di ultima istanza del mondo, hanno comperato regali di Natale per 52 miliardi di dollari nel week end record di questo Thanksgiving. Evviva gli yankees, anche questa volta ci salveranno.