Proteste-e-scontri-in-Grecia-ucciso-rapper-antifascista

È stata, nuovamente, una settimana calda. Se la temperatura ambientale si è giovata delle prime frescure settembrine, quella degli eventi politico-economici si è invece surriscaldata come fosse ferragosto. La Grecia ha mandato via gli ispettori europei, informandoli che il buco di bilancio è – ancora una volta – peggiore del previsto. Intanto, nelle piazze di Atene e Thessaloniki aumenta la violenza dopo l’ ultima decisione del governo di tagliare gli stipendi pubblici del 20%, al grido di “ladri, ladri” ai politici locali e di “tedeschi cattivi” all’ indirizzo del ministro delle finanze della Germania, colpevole di essersi lamentato in parlamento dell’ evasione fiscale e della scarsa volontà di cooperazione degli ellenici. Nel frattempo, lo stesso ministro Schäuble sta preparando un piano per il salvataggio delle banche tedesche, nel caso di default della Grecia.

La manovra fiscale italiana, approvata dopo ben cinque voltafaccia per scontentare il minor numero possibile di clientele e lobby, ha rivelato tutta la sua natura recessiva e la sua inadeguatezza nell’ affrontare in maniera strutturale la riduzione della spesa pubblica e la crescita reale. Se le recenti stime sul PIL italiano trovassero riscontro, una nuova e ben più pesante manovra si renderà necessaria. La situazione della Spagna e – a breve – della Francia non è molto diversa: deficit di bilancio ed elevati debiti sovrani impongono anche a loro la via dell’ austerity, di natura deflattiva se prevarranno – come in Italia – gli egoismi locali. L’ intero mondo occidentale sta imboccando la via sbagliata, ripetendo gli errori fatti subito dopo la Grande Depressione nel 1933 e dal Giappone vent’ anni fa: aumento delle tasse e riduzione del welfare, con conseguente crollo della domanda e del prodotti interno lordo; ergo, maggiore disoccupazione.

Ci si domanderà: esistono alternative? Se sì, quali? Le risposte proposte da economisti, governi e banchieri centrali, sono diverse. L’efficacia di queste deve essere valutata sulla base di due considerazioni: la soluzione proposta è in grado di ridurre il debito – privato e/o pubblico – in modo strutturale? E riesce a far tornare PIL e occupazione ai livelli pre-crisi? È infatti evidente che se la riduzione dei debiti è  vincolante per evitare la spirale tassi di interesse-rinnovo del debito-default, come drammaticamente vissuto in questi giorni dalla Grecia, tale diminuizione di per sè non risolve l’agonia delle persone senza lavoro e delle economie senza crescita e sempre meno competitive. Il problema dell’Italia è proprio questo: un debito pubblico troppo elevato, causa di pesanti costi ad ogni aumento dei tassi di interesse, e una crescita anemica con continua perdita di competitività; ovvio che non sia l’indirizzo preferito dagli investitori che prestano denaro.

Tornando alle diverse soluzioni, la prima alternativa, invocata da più voci in varie nazioni, è quella della riduzione del debito pubblico tramite un’ imposta patrimoniale straordinaria. Questa, unita al gettito derivante da privatizzazioni e al recupero dell’ evasione fiscale, è la manovra ad impatto più immediato e – se fatta bene – ad effetto meno recessivo, presumibilmente trascurabile. È di oggi la notizia che la Grecia introdurrà una patrimoniale sulle prime case; si tratta a nostro avviso di un errore, in quanto questa comporterà un’ ulteriore riduzione dei consumi interni, aggravando ancor di più la situazione di deficit. Sono infatti di altra natura i patrimoni da tassare. Tralasciando l’ osservazione maliziosa che tale decisione sia stata forse presa per “impressionare” i tedeschi chiamati a prestare loro i soldi, l’ aspetto più importante da sottolineare è l’ enorme difficoltà dei governi nel superare la resistenza posta dagli elettori, soprattutto da quelli con minor senso civico. Calciatori italiani, boiardi di Stato, ma anche commercianti, avvocati e ristoratori, tutti hanno fatto desistere dall’ intento i politici nei vari paesi, da Italia e Grecia fino all’ America.

La seconda soluzione è la riduzione della spesa pubblica e l’ aumento delle imposte. L’ ultima (!) manovra appena approvata in Italia, con l’ aumento dell’ IVA al 21%, è un esempio di un intervento che va nella direzione sbagliata: non si aggredisce la spesa, per il timore di “rappresaglie” dei gruppi clientelari, e si aumenta l’ imposta sui consumi (più difficile da evadere), con evidente ripercussione su prezzi e domanda aggregata. Questa dottrina calvinista, fatta di lacrime, sofferenze e redenzione a mezzo di tasse e azzeramento dei deficit pubblici, porterà – se adottata in contemporanea da molti paesi – dritta dritta ad una seconda recessione globale e i libri di storia economica saranno stati scritti nel vento.

La terza via: ulteriore aumento dei debiti sovrani per generare produttività e crescita e quindi maggiori entrate per lo Stato, utilizzate poi per ridurre il debito totale. credit cardsEra il coniglio nel cilindro degli Americani e dei politici di tutto il mondo:  cittadini US che comperavano tutto a credito (case, auto, playstation), posti di lavoro pubblici in Grecia, baby-pensionati italiani, solo per citare alcuni esempi. Quattro anni dalla crisi finanziaria e l’ esplosione del debito pubblico nelle economie avanzate, per salvare banche e posti di lavoro, hanno svelato il trucco: la crescita di consumi e occupazione, a mezzo della droga del debito, è effimera se non viene accompagnata da aumento di produttività e di competitività, unici vettori per un incremento duraturo del benessere. Questa soluzione non è più disponibile alla maggioranza dei governi, limitati dal livello raggiunto dal debito nazionale.

Le prime due alternative sopra indicate affrontano solo la tematica dell’ indebitamento, senza risolvere il problema delle economie in declino per via dell’ invecchiamento della popolazione e della perdita di competitività verso le nazioni emergenti. La Cina, nel frattempo, non si ferma nella crescita e nella voracità di risorse e materie prime. È forse quindi controintuitivo, proporre l’ espansione del debito come il miglior percorso per salvare i famosi capra e cavoli. L’ enigma si scioglie considerando che non tutto il debito è uguale: se è vero che la Grecia si può finanziare solo a tassi di cui pure gli usurai si vergognerebbero, è altrettanto dimostrato che paesi come Germania e USA – ma non solo – pagano il denaro a dieci anni meno del due per cento, ovvero meno del tasso di inflazione. Il primo presidente americano di colore e la prima donna cancelliere tedesco potrebbero, sostenuti da una donna francese (a capo del Fondo Monetario Internazionale) e dal premier cinese, proporre ai mercati internazionali un piano ventennale da due trilioni di eurodollari per investimenti in America e in Europa. Tasso di interesse proposto: 2%; investimenti previsti: tutti quelli capaci di generare lavoro duraturo e produttività superiore al 2% annuo. Dalle infrastrutture alle energie rinnovabili, fino a tutti i progetti necessari a ribilanciare le economie mondiali. Se negli ultimi vent’ anni la Cina ha prodotto beni per i consumatori dell’ Occidente, nei prossimi venti dovremo noi offrire beni e servizi ai nuovi consumatori dell’ Asia. Purtroppo, anche questa via è irta di ostacoli e di egoismi locali e l’ avvicinarsi delle elezioni in USA e in Germania sembrano offuscare il pensiero dei leader.

Weimar

Le dimissioni venerdí scorso di Jürgen Stark, importante membro tedesco del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, hanno scatenato il panico sui mercati. Il rappresentante della linea teutonico-calvinista della difesa del valore della moneta ha gettato la spugna di fronte al persistere di acquisti di titoli di Stato italiani e spagnoli da parte della BCE. Mantenere bassi i tassi di interesse dell’ Italia, a spese del contribuente tedesco, non va giù ai falchi della scuola Bundesbank, soprattutto in presenza dei soliti teatrini mediterranei. Non volendo credere all’ ipotesi “nucleare” della disintegrazione della moneta unica, interpretiamo l’ abbandono da parte di Stark come la probabile stura alla quarta possibile soluzione dei problemi debitori: la monetizzazione del debito e la grande inflazione, come in America negli anni ’80. I periti elettrotecnici parlerebbero del percorso di minor resistenza.